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Ciclante
il mondo visto dall'alto di un sellino


Diario


3 novembre 2013

Il Lollo, l'onore messo in discussione e il tempo del trasferimento (parte prima)

Mi rigiro la busta tra le mani senza decidermi ad aprirla. Ha l'aspetto di una lettera ufficiale. Il logo del Comune stampigliato sul fronte mi provoca agitazione, come del resto tutto quello che ha a che fare con l’autorità costituita. C’è poco da dire, sono sempre stato un tipo emotivo.
Mi decido ad aprire la busta soltanto dopo aver compiuto il mio consueto rito scaramantico. Cosa vorranno da me? Avranno rilevato qualche errore sulla tassa per la spazzatura oppure qualche incongruenza sull'Imu ed ora vengono a battere cassa?
“Egregio signore. La invitiamo a controllare se i volumi sottoindicati, che risultano a Lei prestati presso una delle Biblioteche facenti parte del Consorzio, siano effettivamente ancora in suo possesso e non ancora restituiti.
Il sentiero degli Dei / Wu Ming 2 ; Scaduto il: 18-05-2013
In tal caso le chiediamo di voler provvedere alla loro restituzione, in quanto il periodo previsto per il prestito è scaduto.
Cordiali saluti Il responsabile della biblioteca ”
Potete immaginare il mio sollievo quando comprendo che si tratta di una innocua comunicazione della biblioteca comunale ma, purtroppo per me, con l'avanzare dell’età divento sempre più permaloso e la sensazione di sollievo per lo scampato pericolo svanisce in un attimo e viene sostituita prontamente da un senso di sordo dispetto....( continua su)




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26 ottobre 2013

Gli imbecilli occasionali e i punti di vista molteplici

Vista da fuori la scena potrebbe anche apparire ridicola: due adulti che sbraitano in mezzo alla strada pretendendo, ognuno per se stesso, il diritto della ragione. 
Uno dei due contendenti è aggrappato istericamente al volante di una utilitaria color grigio topo ferma nella corsia contraria al suo senso marcia, l'altro, in bicicletta, ha i piedi piantati a terra sulla mezzeria della strada
Il motivo per il quale non sono in grado di cogliere il lato ridicolo della faccenda è che il tizio sbraitante piantato in mezzo alla strada sono io.
Non dovrei essere lì ad inveire all'indirizzo di quel fesso motorizzato, avrei dovuto semplicemente andarmene e scuotere la testa con aria di compatimento come faccio sempre.
Ma l'utilitaria grigio topo stava per schiacciarmi.

Non voglio addentrami troppo nella descrizione della dinamica della scongiurata collisione, mi limiterò a constatate che dovevo svoltare a sinistra e per farlo avevo guadagnato la mezzeria mentre l'isterico al volante sebbene avesse tutto lo spazio per sfilarmi al fianco aveva deciso di superami sulla sinistra invadendo la corsia opposta; naturalmente nel momento esatto in cui stavo per svoltare..(continua su)




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26 ottobre 2013

Tra il Naviglio Grande e il Parco del Ticino (parte seconda)

....“Ma dove minchia è finito 'sto fiume” mi domando dopo aver pedalato a lungo su un sentiero tortuoso ostruito dall'erba alta. Ho perso l'orientamento, il bosco è così scuro, la vegetazione talmente fitta e del fiume non pare esservi traccia che comincio a temere di aver perso la direzione. Non voglio darlo a vedere, è una questione di orgoglio, per cui ostento una sicurezza che rischio di perdere del tutto fino a che la luce filtra dalla boscaglia e ci ritroviamo sopra l'argine.
Nel medesimo punto dove, qualche mese addietro, avevo assistito ad una gustosa scenetta.
Mentre facciamo rimbalzare i sassi piatti sul pelo dell'acqua racconto a Marco quella scenetta di cui mi ero completamente dimenticato:
Sto scendendo di sella per risalire in cima all'argine e vedo venirmi incontro una coppia. Trentenni più o meno. Lei davanti a piedi, un paio di attillati fuseaux neri da podista, lui dietro, in sella a una mountain bike da supermercato. Lei ha un'espressione inviperita e lui quella moderatamente contrita di chi si è accorto di averla fatta grossa e pensa che la strategia migliore sia quella di sdrammatizzare.
Sei un cafone” ringhia lei, non così a bassa voce da impedirmi di udirla, “sei sempre a criticare, adesso lo chiedo al primo che passa se la pensa come te, mi tiro giù i pantaloni e glielo chiedo a lui se il mio culone e così grosso come dici”.
Il primo che passa, evidentemente, non posso che essere io...(continua su)




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28 maggio 2013

Tra il Naviglio Grande e il Parco del Ticino (parte prima)

Marco getta occhiate distratte ai campi coltivati che scivolano veloci dietro il vetro del finestrino.
Si lamenta ad alta voce; come suo solito, mi viene da dire.
Non ha digerito il fatto che io, ignorando i suoi consigli, non abbia imboccato l'autostrada e mi sia avventurato lungo strade secondarie che attraversano campagne monotone e paesini anonimi a lui sconosciuti. In questo modo, a suo giudizio, avrei allungato il tragitto addirittura di un quarto d'ora.
Mi azzardo a spiegargli, con l'accortezza ironica che sono solito usare con lui in questi casi, che 15 minuti sono un'inezia se confrontati con il ritmo delle stagioni.
La sua reazione alle mie argomentazioni filosofiche non è altrettanto ironica.
Finalmente, con un ritardo di 15 minuti sulla tabella di marcia, raggiungiamo Castelletto di Cuggiono. Scelgo di parcheggiare nella piazzetta alta per una questione puramente scenografica: voglio che Marco venga sedotto dalla bellezza dello scorcio che la discesa verso il naviglio ci regalerà.
Montiamo in sella alle nostre biciclette proprio davanti ai cancelli arrugginiti di villa Clerici.
Era una delle numerose “Ville di Delizia” affacciate sul Naviglio Grande, meta di villeggiatura della nobiltà milanese nei secoli passati. Ora è disabitata e abbandonata alle ingiurie del tempo. Marco, che di mestiere fa l'architetto, si aggrappa alle inferriate per osservare meglio il vialetto di ingresso invaso dalle erbacce e la facciata scrostata. Scuota la testa sconsolato e si lascia scappare un sospiro.
Anche in queste condizioni la villa rimane comunque un notevole esempio di architettura seicentesca, sopratutto nel lato che affaccia sul naviglio, impreziosito da una scalinata monumentale che porta alla zona dell'imbarcadero.
Scendiamo cauti lungo l'acciottolato e la discesa scenografica produce l'effetto sperato: “che bel posto” si lascia sfuggire Marco regalandomi la soddisfazione di un apprezzamento....(continua)




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24 maggio 2013

Le riserve indiane e i ciclo scettici

Che esista uno scarto tra la percezione che ognuno ha della propria immagine e quella che invece ne hanno gli altri è un concetto risaputo.
Non c’è bisogno di scomodare Pirandello e il suo Moscarda per ricordarci che quello che pensiamo di vedere e di capire davanti al nostro specchio e diverso da quello che pensano di vedere e capire gli altri.
Ma quando questa differenza di visione è così ampia io rimango basito.
Mi spiego meglio: ultimamente mi è capitato di discutere, anche in maniera piuttosto  accesa, con alcuni ciclo-scettici a proposito del mio modo di intendere la bicicletta e la sua funzione nella società.
Sarà che ho manifestato un eccesso di ingenuo e immotivato entusiasmo, sarà che non sono riuscito a spiegarmi bene, sarà che i miei interlocutori non avevano nessuna voglia di ascoltarmi, fatto sta che mi sono reso conto che, nella mia veste di ciclante, non solo non vengo considerato un elemento virtuoso come mi sarei aspettato ma vengo addirittura considerato nocivo e guardato con malcelata compassione se non addirittura con astio.
“I ciclisti sono importuni e imprevedibili come un gatto nero in mezzo alla strada, non rispettano il codice stradale e sono pericolosi per i pedoni” ha sentenziato il Gegio, mettendo fine alla discussione, mentre sbuffava fuori il fumo della sigaretta dalle sue capaci narici.

Sia chiaro, non pretendo gratitudine per il fatto che la mia bicicletta rappresenta un tubo di scappamento in meno in giro ad inquinare, ma venire addirittura equiparato ad un pirata della strada è un'accusa che non riesco a mandare giù.
E' questa enorme differenza tra il mio punto di vista e quella del Gegio, persona con cui solitamente mi trovo in sintonia, a lasciarmi basito.
Come è possibile che l’ecologica, la silenziosa, la salutare bicicletta venga guardata con tale diffidenza dagli altri utenti della strada, sia automobilisti che pedoni?

Forse è perché siamo degli ibridi inclassificabili, ne appiedati ne motorizzati.
Siamo fuori luogo lungo la strada, dove risultiamo lenti e indifesi, siamo fuori luogo sui marciapiede e lungo le zone pedonali dove diamo l’impressione, a torto o a ragione, di essere ingombranti, inattesi e quindi potenzialmente pericolosi.
Insomma stiamo sulle palle a tutti.
Riesco perfino a comprendere l’astio da parte dell’automobilista impaziente che, ritenendosi il padrone incontrastato del suolo pubblico, vede nel ciclista e anche nel pedone un fastidioso intralcio al proprio sacrosanto diritto di sfrecciare veloce.
Quello che invece fatico a comprendere è l'astio da parte del pedone che, in quanto utente debole della strada, dovrebbe al contrario avvertire un legame di fratellanza con il ciclista......continua




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24 maggio 2013

La strada dei parchi. Che ancora non c'è

Il programma era semplice: partire in direzione est e seguire il corso del canale Villoresi sino al suo termine, percorrendo la pista tracciata lungo l’alzaia.
Ma il Marco, adducendo la scusa che il dente del giudizio era tornato a fargli male, mi comunica che non può partecipare alla spedizione.
Considerato che i componenti della spedizione eravamo solo io e lui mi sono ritrovato a scrutare il cielo con la prospettiva di una gita in solitaria.
Fuori il cielo minacciava pioggia.
Potevo farmi scoraggiare da una minaccia?
Tanto più se la minaccia arrivava da un soggetto che spesso non mette in atto ciò che con tanta cura ha preparato.
Io non accetto minacce e impavido decido di concedermi un giretto in solitaria.
Decido anche che il progetto di seguire il Villoresi fino alla foce può essere posticipato e che posso accontentarmi di percorrere sentieri conosciuti e meno distanti da casa.
A dispetto delle più elementari regole letterarie, che suggerirebbero di svelare solo alla conclusione ciò che in un primo momento viene solo accennato, anticiperò fin d’ora che il cielo ha mantenuto quello che aveva minacciato ed io ho ricevuto la razione di pioggia che meritavo.

Decido di dirigermi verso Milano.
Ho in mente di comprare un libro.
Lo avevo già preso a prestito in biblioteca e, dopo averlo letto ed essere stato rapito da un poco rassicurante desiderio di emulazione, ho deciso che meritava di essere acquistato.
In questo libro l'autore racconta di come abbia rinunciato all’automobile per utilizzare esclusivamente le due ruote a pedali.
Sto decisamente diventando monotematico anche in fatto di letture.
Già che mi trovo a Milano ne approfitterò per visitare il Parco delle Cave tanto decantatomi dalla Giorgia, una mia collega di lavoro.
Attraverso una Rho semideserta; le domeniche mattina uggiose obbiettivamente ispirano permanenze sotto le lenzuola piuttosto che pedalate minacciate dalla pioggia.
Raggiungo il Parco dei Fontanili e passando davanti all'inquietante sagoma dell’inceneritore di Figino arrivo al “Bosco in Città”, un’area verde protetta alla estremità ovest di Milano.
Questo tratto di strada è vivacizzato dalla esuberante presenza di numerose prostitute di colore.
I ciclanti con il caschetto in testa devono essere soggetti che stuzzicano in modo particolare la loro curiosità, lo dimostra il fatto che tutte mi salutano calorosamente.
Ripensandoci ora mi domando, con un leggero senso di vergogna, se, al di la del mio caschetto variopinto, non sia stato il modo in cui le ho osservate, con una mancanza di discrezione che mai oserei riservare ad altre donne, ad aver suscitato i loro esuberanti saluti.
Solo una di loro mi ha riservato un cenno più discreto, ha sollevato appena le dita ed ha sorriso.
Una matrona imponente con un’espressione, una postura, una figura da regina nera assisa su un trono regale piuttosto che su una sedia di plastica ai bordi di una strada di periferia.
Un’immagine Felliniana: un’ubertosa, solenne regina d’Africa di rosso vestita stagliata sul fondale uggioso di una piazzola stradale.
Il “Bosco in città” è raccordato (mi pare non per volontà precisa ma per puro caso) al Parco di Trenno, il quale, grazie ad un ponte ciclo-pedonale che scavalca la trafficatissima via Novara, è collegato al Parco delle Cave.
Considerata la breve distanza che separa il “Parco dei Fontanili” di Rho dal “Bosco in città” non dovrebbe essere difficile collegarli mediante una campestre.
Cosi facendo si riuscirebbe addirittura a collegare facilmente Rho con Milano mediante una pista ciclabile già in parte bellepronta.

Entro nel parco delle cave da via Caldera.
Nelle voragini lasciate dalle vecchie cave in disuso sono nati tre laghetti.
Da poco ho terminato di leggere “tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome e sotto influenza di tale lettura una libera associazione di immagini mi nasce spontanea: vedo le tranquille acque del laghetto solcate da esili barchette sospinte a forza di remi da baldanzosi giovanotti desiderosi di mostrare la propria vigoria alle loro dame, le quali, assise a poppa all’ombra dei loro ombrellini parasole, esibiscono candidi abitini tutti trine e merletti.
Lasciandomi alle spalle queste serene immagini di tempi andati mi domando se qui hanno pensato di attivare un servizio di noleggio barchette per i milanesi in vena di svaghi domenicali.
Mi concedo una sosta su una panchina lungo-laghetto dove vengo avvicinato da un pavone curioso.
Il pavone è una bestia che, per qualche motivo che per ora mi sfugge, mi risulta antipatica, ancor di più quando mi punta addosso due occhietti indagatori.
Concedo alla sua naturale vanità la soddisfazione di una foto e riparto.
Uscito dal parco fatico ad orientarmi, almeno fino a ché, oltre l’ostacolo di una fila di palazzi, mi viene in aiuto la mitica sagoma dello stadio di San Siro.
Il tempio del calcio mi farà da faro per ritrovare la rotta perduta.
Nella sua ingenuità questa ultima frase dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, come il calcio sia metafora della vita.
In verità, da quando bazzico la bicicletta, mi sono accorto che anche il ciclismo è in grado di regalare metafore potenti: prendere la ruota, tirare la volata, hai voluto la bicicletta? allora pedala, il sacrificio del gregario, gambe in spalla e pedalare, la fuga solitaria destinata a essere riassorbita dal gruppo.
Insomma è lo sport in generale a essere metafora della vita, oppure qualsiasi accidente umano con un poco di buona volontà può assumere valore di metafora?
La pioggia mi sorprende mentre sono intento a pormi questi fondamentali quesiti.
Decido di posticiparne la risoluzione ad altro momento e spingo sui pedali per raggiungere il centro più velocemente possibile.

Pedalare all’interno di Milano è un’impresa non da poco.
È uno sport estremo, per gente dura.
Oltre alla possibilità di venire arrotati da fuoristrada che improvvisamente accostano a destra per parcheggiare in tripla fila, al di là del rischio di rimanere impastati contro portiere distrattamente spalancate con perfetta tempistica da automobilisti sbadati, esiste una prova a cui è impossibile sottrarsi: il tragico, onnipresente pavè.
Il pavè, più ostico di uno sterrato di montagna e indubbiamente più faticoso da affrontare.
Quando poi è abbinato alle rotaie del tram (che ricordiamo vanno approcciate rigorosamente in modo ortogonale pena rovinose cadute) è consigliabile che venga affrontato soltanto da specialisti.
Per questa volta evito di sacramentare sulla mancanza endemica di piste ciclabili di senso compiuto e raggiungo un bar per godermi un caffé con vista duomo.
La facciata del Duomo è in ristrutturazione.
Da quando ho memoria è sempre stata in ristrutturazione...continua




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24 maggio 2013

A volte ritornano. La primavera, i ciclocritici, i velocipedastri e la politica (parte seconda)


Mi ero illuso. A questo punto, mentre scosto le tende per guardare fuori dalla finestra l'ennesimo acquazzone, mi viene il dubbio che non fosse una rondine quella che avevo creduto di vedere. Probabilmente si trattava di un qualche autunnale uccello del malaugurio.
Aggiungiamoci anche la presa di coscienza che la meteorologia è una scienza empirica troppo approssimativa e che delle previsioni a medio termine dei meteorologi non bisogna fidarsi affatto.
Fatto sta che questa benedetta primavera latita, continua ad illudere e a farsi desiderare.
E se qualcuno, come il sottoscritto, sperava che sarebbe stata la primavera della bicicletta rischia di rimare deluso. Parte malissimo o, nella migliore delle ipotesi, parte con enorme ritardo, troppa acqua dal cielo per poter pedalare in terra.
Questo a livello generale, mentre a livello personale si aggiunge anche un persistente problema intestinale che da settimane mi scombussola le viscere sconsigliandoli di affrontare pedalate impegnative.
Insomma sono deluso, scoraggiato e fisicamente spossato.

Ma sforzandomi di combattere questa mia disillusione tenterò comunque di dipanare il filo del discorso iniziato nel post precedente.
L’argomento era la crescente mal sopportazione nei confronti dei ciclisti.
Bisognerebbe cercare innanzitutto di capire da dove nasca questa insofferenza che spesso si trasforma in ostilità.
L’egregio Alfredo Drufuca lo ha ben spiegato in un suo scritto, è inutile che io mi ingegni a cercare altre parole per dire male le cose che lui ha detto benissimo, per cui lo citerò testualmente: “credo..(che il problema)..possa essere riassunto nel disordine intrinseco nel moto del ciclista, dagli effetti tanto più disorientanti ed ansiogeni quanto maggiore è il numero di ciclisti sulla strada.
L’automobilista riconosce nei suoi simili comportamenti per lui normalmente ben prevedibili e quindi facilmente controllabili, governati come sono da regole scritte per (da) loro stessi nonchè dall’omologazione cinematica e dalle conseguenti leggi inerziali che, con le masse e le velocità in gioco, costituiscono un fattore intrinseco di ordine ..continua.




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10 maggio 2013

A volte ritornano. La primavera, i ciclocritici, i velocipedastri e la politica (parte seconda)


Mi ero illuso. A questo punto, mentre scosto le tende per guardare fuori dalla finestra l'ennesimo acquazzone, mi viene il dubbio che non fosse una rondine quella che avevo creduto di vedere. Probabilmente si trattava di un qualche autunnale uccello del malaugurio.
Aggiungiamoci anche la presa di coscienza che la meteorologia è una scienza empirica troppo approssimativa e che delle previsioni a medio termine dei meteorologi non bisogna fidarsi affatto.
Fatto sta che questa benedetta primavera latita, continua ad illudere e a farsi desiderare.
E se qualcuno, come il sottoscritto, sperava che sarebbe stata la primavera della bicicletta rischia di rimare deluso. Parte malissimo o, nella migliore delle ipotesi, parte con enorme ritardo, troppa acqua dal cielo per poter pedalare in terra.
Questo a livello generale, mentre a livello personale si aggiunge anche un persistente problema intestinale che da settimane mi scombussola le viscere sconsigliandoli di affrontare pedalate impegnative.
Insomma sono deluso, scoraggiato e fisicamente spossato.

Ma sforzandomi di combattere questa mia disillusione tenterò comunque di dipanare il filo del discorso iniziato nel post precedente.
L’argomento era la crescente mal sopportazione nei confronti dei ciclisti.
Bisognerebbe cercare innanzitutto di capire da dove nasca questa insofferenza che spesso si trasforma in ostilità.
L’egregio Alfredo Drufuca lo ha ben spiegato in un suo scritto, è inutile che io mi ingegni a cercare altre parole per dire male le cose che lui ha detto benissimo, per cui lo citerò testualmente: “credo..(che il problema)..possa essere riassunto nel disordine intrinseco nel moto del ciclista, dagli effetti tanto più disorientanti ed ansiogeni quanto maggiore è il numero di ciclisti sulla strada.
L’automobilista riconosce nei suoi simili comportamenti per lui normalmente ben prevedibili e quindi facilmente controllabili, governati come sono da regole scritte per (da) loro stessi nonchè dall’omologazione cinematica e dalle conseguenti leggi inerziali che, con le masse e le velocità in gioco, costituiscono un fattore intrinseco di ordine ..continua.




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27 aprile 2013

La bicicletta e la resistenza, 25 Aprile 2013. Il percorso della memoria

 “A decorrere dal 26 aprile 1944 è fatto divieto   assoluto di circolare con le biciclette anche portate a  mano entro il perimetro della città. Coloro i quali abitano entro il perimetro sopra descritto e, che per ragioni di lavoro, debbono spostarsi con la bicicletta dal luogo del divieto alla periferia e poi far ritorno al centro, dovranno essere muniti di uno speciale dichiarazione della ditta dove lavorano, vidimata dalla questura di Bologna, ma per tutto il perimetro e le strade di divieto dovranno portare la bicicletta a mano con le gomme delle ruote sgonfie, con la catena staccata dalla moltiplica e dal rocchetto”
Così recitava un bando affisso sui muri di Bologna durante i mesi della resistenza.
Fu il primo di questo tenore ma altri comparvero successivamente nelle principali città italiane vietando la circolazione delle biciclette, minacciando l’arresto per l’utilizzo di quello che veniva ritenuto un potenziale strumento di “terrorismo”, un sovversivo mezzo di resistenza civile
E la bicicletta era davvero pericolosamente sovversiva: durante la resistenza partigiana fu un mezzo fondamentale per trasportare documenti e ordini tra le brigate e per coordinare e compiere azioni.

Nelle memorie di partigiane e partigiani il riferimento alle loro bici è frequente: il comandante dei Gap Giovanni Pesce, scrive parlando della sua bicicletta “era come l’aria che respiravo, un mezzo indispensabile per muovermi in modo rapido in ogni frangente”, Marina Addis Saba nel suo libro "Partigiane, Le donne della resistenza" definiva la bicicletta un simbolo di libertà, soprattutto femminile: “Si pedala col vento tra i capelli. Si osserva il paesaggio che scorre veloce, si respira a pieni polmoni, si incontra ogni genere di persone. Si rischia, la staffetta lo sa perfettamente, e questo fa parte della libertà e della scelta che la giovane ha compiuto”.  .... continua su i quaderni del ciclante




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15 aprile 2013

A volte ritornano. La primavera i ciclocantori, i ciclocritici e i velocipedastri (parte1)

Per quest'anno sembrava non avesse alcuna intenzione di farsi rivedere dalle nostre parti. Considerata l'aria che tira non la si può biasimare.
Ma dopo tanta attesa la primavera è finalmente tornata. E' ufficiale, lo affermano i meteorologi e ho anche visto una rondine.
E insieme alla primavera ritornano, puntuali come lo sbocciare dei fiori e le allergie ai pollini, gli immancabili discorsi sul tema della bicicletta e della mobilità sostenibile.
Ritorna la primavera, ritornano le rondini, ritornano i consueti discorsi e con loro ritorno pure io su questo blog. Lo avevo promesso con poca convinzione lo scorso inverno (o minacciato, a seconda dei punti di vista) e ora provo a mantenere quanto detto.
Siccome non brillo per originalità mi unirò al coro dei ciclocantori primaverili e andrò a ripetere i soliti concetti ecosostenibili e a snocciolare le solite presuntuose perle di saggezza a riguardo delle virtù peculiari della bicicletta, della necessità di un progetto sulla mobilità sostenibile, del bisogno di recuperare una migliore qualità della vita, dell'aria, del territorio.
Tutti discorsi ripetuti cento e cento volte e che a furia di essere ripetuti possono correre il rischio di svuotarsi di interesse e di significato. Ma io sono ostinato e continuo ad attenermi con fiducia ad uno dei pochi insegnamenti utili ricevuti dal mio vecchio insegnante di chimica delle superiori: repetita iuvant. Insegnamento per me utile in tutti i campi dello scibile umano meno che per mandare a memoria le formule chimiche; con buona pace del mio vecchio prof.  ... continua


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I DIARI DEL CICLANTE "Non è importante quello che fai ma il modo in cui lo racconti". Attenendomi a questo enunciato,
indubbiamente evocativo ma sostanzialmente immorale,
mi accingo a raccontare queste mie misere escursioni
nella convinzione che possano assurgere a dignità di avventure.

Raccontare l’epos del quotidiano,
la straordinarietà dell’ordinario,
l’epopea del gesto semplice,
non è detto che non scaturiscano storie
che valeva la pena raccontare.

 

Laurence  S. Yorick

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